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Storia della finestra: I romani furono i primi!

La finestra moderna è nata in Italia

I Romani furono i primi a dotare le finestre di tamponamento in vetro, una tecnica che poi si perse per scarsità di materiali durante l'alto Medioevo, per venire poi ripresa il larga scala solo nel periodo gotico (XII secolo - XIII secolo).

Mentre aveva inizio la loro vigorosa espansione verso il Nord, i Romani cominciarono a usare lastre di vetro delle finestre. Naturalmente, la conquista dei Paesi transalpini si sarebbe verificata, prima o dopo, anche senza il loro contributo; ma non si esagera pensando che l’acclimazione del conquistatore, popolo mediterraneo, nelle gelide plaghe abitate dai Germani, Galli e Britanni sia stata grandemente agevolata dall’invenzione della finestra resa stagna mercé vetratura.

I Romani erano soliti, come gli Inglesi d’oggi, rimorchiare dappertutto il “comfort” di casa. Fra le comodità che essi più amavano e reputavano indispensabili erano, in primo luogo, i famosi bagni caldi (thermae) e, correlativamente, il riscaldamento dei pavimenti e delle pareti (hypocaustum); ma queste due tecniche, trasferite al Nord delle Alpi, non si potevano “convenientemente” realizzare senza una cinta coibente del luogo di cura. Ora, le finestre erano termini insostituibili di tale cinta.

Abbiamo detto “convenientemente” e, difatti, le prime costruzioni del genere sul suolo germanico, specie quelle sorte nei possedimenti meno dotati, furono totalmente scure o si dovettero accontentare di succedanei del vetro. Ma si trattò, comunque, di casi sporadici e provvisori - giacché tosto il vetro fece la sua comparsa, quel vetro che i conquistatori conoscevano e usavano nelle finestre della loro patria sinn dai primordi della Cristianità.

L’austero Lucius Annaeus Seneca (4 a.C.- 65 d.C.) si lagnava della gioventù dei suoi tempi che passava la vita tra le mollezze... (sappiamo che egli alludeva alle “thermae”, nelle quali si godevano i primi serramenti vetrati e si potevano ammirare preziosi pannelli dipinti su vetro).

In vero, la più antica finestra di vetro, che la storia abbia registrato, appartiene alle “thermae” di Pompei: è un piccolo oblò di bronzo, girevole attorno a un asse orizzontale sospeso a due perni.

Il disco di vetro ha uno spessore di circa 13 cm (Cfr. August Mau: “Pompej in Leben und Kunst”, Lipsia, 1900) e dispensava una luce tenue; la costruzione si ritiene fatta circa 60 anni a.C., ma la vetratura sembrerebbe posteriore. Nelle “thermae” pompeiane, appena ultimate in rustico quando si verificò l’eruzione vulcanica del 79 d.C., erano previste per tutti gli ambienti principali finestre grandissime (di 2x2 m), il che darebbe per certa la loro compartimentazione con un minimo di quattro lotti. Anche le magnifiche aperture delle ville di quella che fu la più elegante colonia greca-romana non erano concepibili senza vetri. Purtroppo, nessuna traccia in luogo può essere raccolta, ma nei musei locali si vedono campioni ben conservati di lastre che sicuramente appartenevano ai cantieri pompeiani immediatamente anteriori al cataclisma. Il vetro appare discretamente buono, ma la maggiore delle lastre misura appena 33x54 cm.

Nelle borgate agricole di Pompei, le finestre guarnite di vetri non erano numerose e, il più delle volte, consistevano di piccoli “dischi” di vetro senza telaio, semplicemente murati col bordo. Ma nelle città importanti, e specie a Roma e nelle sfarzose ville patrizie della zona laziale, già allora si davano numerosi esempi di ampie aperture chiuse con lastre di vetro. Si ricorda, in proposito, la sentenza di Cicerone: “Deve considerarsi molto povero colui i cui appartamenti non sono decorati di vetro”. Egli visse nella seconda metà del primo secolo e, come si rileva da queste lapidarie regole mondane, il prestigio del vetro nella società romana dell’epoca era davvero sorprendente.

Confessiamo che le nostre cognizioni circa la vita romana dei primi tempi imperiali sono state comodamente attinte a quella stupenda “opera omnia” che si chiama “Naturalis Historia”, in 37 libri. Nel libro 36° l’autore, Gaius Plinius Secundus (Plinio il Vecchio visse negli anni 23-79 d.C. e fu, come è risaputo, vittima di un’esplorazione del Vesuvio durante l’eruzione del 79 d.C.) racconta quella graziosa ma inverosimile storiella sull’invenzione del vetro. L’opera è, però, ricca di notizie di tutta la fiducia sullo sviluppo progressivo dell’arte del vetro nella Roma degli imperatori e, in particolare, riferisce circa la forzatura ortaggera ai tempi di Tiberio (42 a.C.-37 d.C.) che già allora era fatta in cassoni coperti con lastre di vetro.

Sotto Nerone (37-68 d.C.), fu costruito il primo laboratorio vetrario romano - e, pare, molto bene attrezzato -, mentre già nell’anno 220 le fornaci erano tanto numerose da rendere mefitica l’aria dell’Urbe, obbligando l’amministrazione di assegnare ai vetrai, per i loro impianti, uno speciale settore del territorio periurbano.

Con un accenno alle case di Ostia, arricchite di molto e spaziose finestre, abbandoniamo la terra d’origine delle lastre vitree e volgiamo lo sguardo ai Paesi Nordeuropei.

A partire dal II secolo, officine vetrarie Romane sono segnalate in Gallia e sul Reno.

Una maggiore importanza ebbero le officine di Colonia, le quali svolsero anche un rilevante commercio estero. Intorno al 1880 furono trovate, infatti, in un cantiere di quelle città, grandi masse vetrose di fusione grezza in blocchi di oltre 50 kg. Scoperte analoghe vennero alla luce anche nel Meridione.

Nel museo di Saalburg, è esposta una lastra di finestra già appartenente a una villa di Caracalla.

Essa è del tutto trasparente, ha un colore verdognolo, dimensioni di 30x60 cm con gli angoli arrotondati, in mezzo è spessa circa 3 mm e i suoi bordi circa 5 mm.

Questa forma e la superficie grezza illustrano attendibilmente il metodo di fabbricazione.

La massa di fusione molto vischiosa veniva colata su un fondo liscio (forse di metallo o di pietra e, in ogni caso, cosparso di sabbia) e possibilmente distesa in piano.

Di un’altra lastra quasi limpida e soltanto leggermente tinta di un verde chiaro, trovata a Bandorf-Oberwinter s. Reno, fu assottigliato alla mola lo spessore bordo.

L’archeologo Kisa dà notizia degli avanzi di un “mastice” rossiccio su una lastra romana trovata a Carnac (Bretagna) e dei resti di una “legatura di piombo” su un coccio del Museo di Treviri.

Con la messa in luce, intorno al 1900, di una autentica officina vetraria sul territorio su cui sorgeva una borgata romano-britannica, a Wilderspool (Liverpool), furono trovati quattro forni fusori e fu possibile accertare il sopra accennato procedimento per colata e ricottura.

Molto di più e con assoluta certezza non è possibile dire del vetro da finestra, nelle province romane.

Le sfarzose costruzioni imperiali di Treviri e le ville romane della Mosella, realizzate con larghezza esuberante di mezzi, possedevano con tutta certezza delle ampie aperture di finestra; tecnicamente parlando, esse rappresentavano la sede naturale di lastre vitree che, del resto, sotto forma di frammenti di vetro da finestra, nelle terme di Treviri e altrove, confermavano senza possibilità di equivoco il grande impulso dato dai Romani alla corrispondente industria nell’ambito della “provincia” germanica.

Nel Rinascimento sono stati introdotti molti tipi di finestra, come la bifora, la trifora, la serliana, l'inginocchiata, l'occhio di bue e, tipicamente italiano, l'abbaino, che si apre nella copertura. Dalle influenze moresche e saracene derivano altri stili ed accessori della finestra, che è protetta esternamente dall'inferriata, dalla persiana, dal portello o dal cassettone ed all'interno dalla veneziana o dallo scuro.